Il carburante che fa funzionare camion, trattori, macchine agricole, cantieri, una parte delle ferrovie e dell’industria è diventato una delle armi più importanti della geopolitica. Il diesel, o gasolio, non ha il prestigio strategico del petrolio greggio, né il fascino tecnologico delle terre rare. Eppure oggi si trova al centro di uno scontro che coinvolge Stati Uniti, Europa, Russia e Ucraina.
È uno dei prodotti più esposti alle conseguenze della guerra in Iran, della crisi dello stretto di Hormuz e degli attacchi ucraini alle raffinerie russe.
Donald Trump annuncia di aver raggiunto un accordo con Vladimir Putin per rimettere sul mercato internazionale milioni di tonnellate di diesel russo. Washington sospende per sei mesi una parte delle sanzioni che aveva imposto a Mosca. La decisione provoca una dura reazione dell’Ucraina e apre una nuova frattura nei rapporti transatlantici.
L’episodio illustra un cambiamento profondo. Per trent’anni abbiamo vissuto nella convinzione che l’economia globale fosse governata soprattutto dalla ricerca dell’efficienza: produrre dove costa meno, acquistare da chi offre il prezzo migliore, affidarsi alla libertà degli scambi. Ora la geopolitica torna a determinare l’economia. Le catene di approvvigionamento diventano strumenti di pressione. L’energia può essere usata per ottenere concessioni politiche.
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