
È il 17 gennaio 1999: il portiere del Milan subisce un gol su rigore “generoso” e impedisce all’attaccante del Perugia di riprendere il pallone con una “cravatta al collo”: il mancato pentimento e il rimprovero di Zaccheroni oltre ai 5 turni di stop sono l’inizio della fine per l’estremo difensore. Non nuovo a a reazioni del genere
Tecnicamente venne definita “cravatta al collo”, poiché rimandava a certe risse vintage da cortile. Un colpo proibito, sleale e inopportuno, eppure molto cinematografico. Poteva ricordare, più per conseguenze che per dinamica, anche una mossa del wrestling, conosciuta come la presa da dietro di chi, con il braccio attorno al collo, provava a immobilizzare l’avversario. Fu qualcosa di simile, un gesto improvvisato e istintivo, dettato dalla rabbia e dalla frustrazione. Uno stop imposto con il braccio che si allunga, colpendo alla giugulare il malcapitato che, da va sé, perde l’equilibrio e cade a terra a pancia in su, ricordando certi momenti – invero esilaranti – della Slapstick Comedy, resa celebre nei film del cinema muto di Stanlio e Ollio, caratteristica di una comicità che si sviluppa su movimenti del corpo, spesso involontari e sempre esagerati. Quella volta, però, nessuno rise. Il fattaccio innescò invece




