La mia estate in Alaska, un anno dopo il famigerato summit Trump-Putin di Ferragosto, è ricca di sorprese. Le case che gli Stati Uniti stanno costruendo a Kodiak, in Alaska, possono sembrare un episodio minore di edilizia pubblica. Quindici duplex, un asilo nido, un parco giochi. In realtà sono pedine su una scacchiera molto più vasta. Serviranno ad accogliere gli equipaggi di due nuovi rompighiaccio della Guardia Costiera americana che saranno basati lì dal 2028. Dietro quelle abitazioni si intravede una delle grandi competizioni geopolitiche del nostro tempo: la corsa per il controllo dell’Artico.
Il Grande Nord è contemporaneamente una frontiera energetica, mineraria, commerciale e militare. Il cambiamento climatico accelera questa trasformazione. Nel marzo 2025 l’estensione dei ghiacci dell’Oceano Artico ha toccato il livello più basso in quasi mezzo secolo di rilevazioni. Il paradosso è evidente: il riscaldamento prodotto in larga misura dall’uso delle energie fossili rende più accessibili proprio nuovi giacimenti di petrolio e gas.
Le dimensioni della posta in gioco spiegano perché intorno al Polo Nord si muovano Stati Uniti, Russia, Cina, ma anche Canada, Norvegia, Danimarca e perfino potenze asiatiche lontane migliaia di chilometri. Una valutazione dello US Geological Survey attribuisce alla regione artica circa 412 miliardi di




