
di Valerio Cappelli
Alla Berlinale l’attrice che sembra uscita da una storia di Ken Loach porta Queen at Sea, sull’Alzheimer di cui soffre la madre. I sensi di colpa, le debolezze dei sistemi sociali: «Sono una donna ordinaria di mezz’età nella Londra di oggi»
Juliette Binoche interpreta una donna come tante nella vita ordinaria della sua mezz’età. È una mamma single che cresce una figlia adolescente e si prende cura di una madre i cui occhi azzurri annegati nell’assenza non si dimenticano: è devastata dall’Alzheimer. Il marito dell’anziana sembra abusare sessualmente di lei ma non è così, i due si amano e forse Juliette ha sensi di colpa per non essersi occupata della madre da tanti troppi anni. «Vuol proteggerla dal patrigno, non è chiaro se sarà nel migliore interesse della madre», dice Binoche.
Case popolari, case di cura. Siamo nella Londra di oggi, dove s’adombra l’abisso della solitudine, quando i ricordi se ne vanno, non si riesce a comunicare la propria sofferenza e irrompe l’impotenza di chi è vicino a noi. Dietro il realismo sociale Lance Hammer, regista di Queen at Sea (alla proiezione stampa uno dei pochi applausi per una modesta Berlinale), innalza la nebbia




