
Con la prossima vendita del gruppo editoriale Gedi, si completa l’uscita di John Elkann e della dinastia Agnelli dall’Italia. Dopo la cessione dell’auto ai francesi e di asset industriali come Iveco, Comau e Magneti Marelli, a Torino restano solo le macerie di un impero che guarda sempre all’estero. Ma che agli italiani è costato 220 miliardi di euro di aiuti.
Citando Molière, i suoi più stretti collaboratori sussurrano che John Elkann non dà il buongiorno, al massimo lo presta. Il cinquantenne yankee-piemontese, li compirà il prossimo 1° aprile, a capo di una dinastia senza corona che ha sfruttato l’Italia, è prima di tutto un accumulatore seriale di denaro, quasi del tutto disinteressato all’industria e in fuga dal Paese che in 40 anni ha riversato nelle casse della fu Fiat 220 miliardi di euro. La stima, neppure approssimata per eccesso, è di Federcontribuenti. La battuta al vetriolo che lo definisce è di Carlo De Benedetti – un altro che ha la residenza fiscale in Svizzera e che con il Lingotto ha un conto di veleni mai chiuso – e spiega: «Elkann vende i giornali anche per andare via dall’Italia e mettere un oceano tra sé e i pm. Ha problemi




