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Iran, la partita del petrolio: così Asia e governi usano scorte, rotte alternative e gestione del rischio a Hormuz

di Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Con un quinto del petrolio mondiale in transito da Hormuz, le economie asiatiche verificano scorte e rotte alternative. Tra oleodotti e premi assicurativi in rialzo, la stabilità si gioca sulla logistica

Dopo la fiammata del Brent e l’aumento dei premi assicurativi nel Golfo raccontati nelle ore immediatamente successive ai bombardamenti, l’attenzione ora si sposta sulle riserve strategiche e sulle rotte alternative. È la fase meno visibile della crisi legata all’Iran, ma forse la più decisiva: quella in cui si misura la capacità del sistema energetico globale di assorbire uno choc senza trasformarlo in emergenza strutturale.

Il nodo resta lo Stretto di Hormuz. Ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di petrolio, circa un quinto dei consumi globali. Non è necessario che venga formalmente chiuso perché l’equilibrio si incrini: basta che diventi imprevedibile. È in quel margine di incertezza che scattano le contromisure.

Negli ultimi giorni i dati di traffico marittimo mostrano una riduzione significativa del transito di petroliere nello Stretto, complice il ritiro di alcune coperture assicurative «war risk» e l’aumento dei premi sui carichi diretti in Asia. È in quel margine di incertezza che scattano le contromisure.

L’Asia

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