Sono ricominciati i negoziati di Ginevra, nel formato indiretto e triangolare che viene mediato dall’Oman, per trovare un accordo fra Stati Uniti e Iran che scongiuri la guerra. Ma la trattativa è circondata dal pessimismo. Gli americani ricordano che in passato furono più volte ingannati da concessioni di Teheran che si rivelarono inaffidabili.
Una critica di ispirazione progressista viene rivolta a Trump: quella di avere tradito il popolo iraniano sceso in piazza, promettendogli un aiuto che non c’è stato. Stavolta è anche da sinistra e con motivazioni umanitarie, che si sente invocare l’intervento militare: la teocrazia islamica ha ucciso trentamila suoi cittadini, in una delle repressioni più sanguinose della storia.
E nel frattempo le proteste sono riprese in molte università. Da parte sua la Guida Suprema della rivoluzione islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, sembra intento a ricostruire il cosiddetto «asse della Resistenza»: con acquisti di missili dalla Russia e dalla Cina, le due superpotenze alleate che il 21 giugno 2025 diedero uno spettacolo d’impotenza di fronte al primo raid Usa sui siti nucleari iraniani.
In Iran c’è una parte del regime che evidentemente sente avvicinarsi la fine: sono aumentate le fughe di capitali, da parte di chi ce li




