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Iran, ascesa e declino di un regime: dalle illusioni del 1979 all’errore strategico fatale, la rivoluzione ha divorato i propri figli

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di Federico Rampini

Il vento della protesta degli studenti dalle città alel periferie. Le ultime repressioni con migliaia di morti

La rivoluzione iraniana del 1979 nasce con una promessa di riscatto. Contro un’autocrazia modernizzatrice ma repressiva; contro l’umiliazione nazionale inflitta nel 1953 dal colpo di Stato che aveva rovesciato il premier Mossadeq (con appoggi angloamericani); contro una monarchia percepita come succube dell’Occidente. L’ayatollah Khomeini rientra dall’esilio accolto da milioni di persone. Parla il linguaggio della spiritualità contro il materialismo occidentale. Molti vogliono credere che sia l’alba di un ordine più giusto. Una élite europea s’innamora di lui, come dimostrano i reportage del filosofo marxista Michel Foucault apparsi sul Corriere di allora. L’illusione dura poco. Nel 1979 la rivoluzione è un mosaico. Ci sono islamisti, marxisti, liberali, nazionalisti. La svolta avviene in pochi mesi. Con la crisi degli ostaggi americani – l’assalto all’ambasciata Usa nel novembre 1979 – Khomeini trasforma l’antiamericanismo in collante ideologico. L’America diventa il «Grande Satana». 

La nuova Costituzione istituzionalizza la teocrazia. Il clero ottiene poteri superiori a quelli di qualunque organo eletto. Cominciano le purghe. Militanti di sinistra che avevano contribuito alla caduta dello Scià vengono incarcerati, torturati, giustiziati. Le donne scendono in piazza

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