di Ferruccio de Bortoli
Con la fine dei fondi europei, il rischio non è soltanto il calo degli investimenti pubblici, ma il ritorno alle vecchie inefficienze
Ormai tutti concentrati sul sentiero elettorale, ansiosi di conoscere la data delle elezioni, rischiamo di smarrire il percorso strategico degli investimenti. Il caso ha voluto che la tornata del rinnovo delle Camere coincida con il primo anno senza più i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le coalizioni che si stanno formando in vista della campagna elettorale dovrebbero rispondere al principale interrogativo di come sostenere la già modesta crescita garantendo un soddisfacente livello di investimenti pubblici e, in parallelo, una forte attrazione di quelli privati, soprattutto esteri. L’attenzione è invece sulle spese, sui bonus.
Tutto sta lì, ed è un errore appunto capitale oltre che un’ossessione politica di stampo populista. Il dividendo della stabilità — del sistema Paese non solo della sua guida politica — dovrebbe vedersi nella conferma anche di un flusso di investimenti esteri diretti che invece tendono a indebolirsi, soprattutto nel confronto con altri Paesi (Spagna in particolare). Gli ultimi documenti governativi smentiscono il pericolo di quello che gli esperti chiamano cliff edge effect,




