
Due bambine di otto e dodici anni, in Sicilia, che spariscono per 24 ore e vengono ritrovate in un negozio: non era un rapimento (come si temeva) ma una cosiddetta challenge, una sfida vista su YouTube che consisteva nel nascondersi in un esercizio commerciale e trascorrervi la notte. A Modena, pochi giorni dopo, una cinquantina di ragazzi sono entrati in un supermercato, hanno fatto razzia di prodotti, spintonato i clienti e filmato tutto: anche in questo caso pare si trattasse di un cimento social. E vicino a Lodi un quindicenne è morto fulminato dopo essere salito su un traliccio: nel suo telefono è stato ritrovato un selfie scattato da lassù e tra le ipotesi al vaglio della Procura c’è anche quella di una ennesima “sfida”.
Ricominciano le scuole e in classe “esplodono” i cimenti pericolosi: soffocamenti, abbuffate di farmaci, bravate da condividere via social. Chi non partecipa rischia l’esclusione. Perché questa non è soltanto una corsa alle visualizzazioni, è un rito di appartenenza.
La cassa di risonanza dell’emulazione collettiva
«Le sfide emulative sono fenomeni ricorrenti, si tratta di una costante antropologica», dice a Panorama il pedagogista Michele Marangi, docente all’Università eCampus e autore del libro IA, infanzia e algoritmi. Crescere




