
di Greta Privitera
I giornali raccontano la sconfitta dei repubblicani come una vittoria della Repubblica islamica, una narrazione che potrebbe aiutare i falchi ad accettare un accordo con gli Stati Uniti
Lo hanno appeso martedì, sopra piazza Enghelab, la piazza della Rivoluzione. Un Donald Trump enorme, dietro le sbarre, la testa china come un condannato in attesa del verdetto, e sotto quattro parole in inglese perché il destinatario capisse senza traduttori: «We will kill Trump». Ma a Teheran nessuno ci fa più caso. Dal 28 febbraio, da quando le bombe israeliane e americane hanno cominciato a cadere sull’Iran, i nemici parlano ormai la stessa lingua, fatta di annientamenti promessi e di vendette giurate. Ma questa volta, quel cartellone, sembra annunciare un’altra morte: quella politica. Poche più tardi, Trump è stato messo davvero all’angolo, dalle urne americane che hanno bocciato il suo partito.
I democratici si sono presi la Camera e il Senato, e a Teheran la sconfitta dei repubblicani è diventata in una notte la vittoria degli ayatollah e dei pasdaran sul Grande Satana, che da quasi due anni ha la faccia del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Stamattina i giornali iraniani




