
di Aldo Grasso
Più squadre, più partite, più sponsor, più cerimonie. Così il calcio, da rito popolare, si è trasformato in una piattaforma globale nella quale il pallone rischia di diventare un dettaglio
Domenica, oltre ai risultati delle amichevoli, i tg sportivi hanno raccontato anche la rinuncia della Fifa al progetto di privatizzare i Mondiali con l’appoggio della famiglia Trump. Troppo forte l’opposizione della Uefa, pronta a boicottare le competizioni Fifa. Senza le nazionali europee, il Mondiale perderebbe gran parte del suo prestigio sportivo e, di conseguenza, del suo valore economico.
Ripensando anche a Franco Baresi, simbolo di un calcio in cui contavano prima il gioco e poi gli affari, mi sono chiesto: ma chi è davvero Gianni Infantino? Non è soltanto il presidente della Fifa. È una categoria dello spirito. Potremmo chiamarla, appunto, infantinismo: la convinzione che tutto debba essere ingrandito, dilatato, monetizzato. Più squadre, più partite, più sponsor, più cerimonie. Così il calcio, da rito popolare, si è trasformato in una piattaforma globale nella quale il pallone rischia di diventare un dettaglio. I giocatori sono asset finanziari, i tifosi consumatori, i Mondiali un prodotto da spacchettare e vendere come una serie tv.
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