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Il pilota Usa salvato in Iran come in un film di guerra: i pochi messaggi per non essere intercettato, le ferite, il mistero dei due C-130 impantanati nella sabbia

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di Lorenzo Cremonesi

Almeno otto ore di ricerca poi l’individuazione, la strategia e il bluff della Cia. L’intervento delle forze speciali, gli scontri a fuoco e gli elicotteri impantanati nella sabbia

BAGDAD – Evoca le immagini di un film di guerra il racconto che arriva dagli Stati Uniti del recupero nella notte tra sabato e domenica dell’aviatore americano disperso in Iran. Lui nascosto in un piccolo anfratto dove si è rifugiato ferito a 2.000 metri di quota. Nel cielo l’aviazione Usa, che lo cerca con elicotteri, droni, satelliti e aerei, oltre a cento teste di cuoio pronte all’intervento. Ma da terra le squadre di ricerca iraniane determinate a trovarlo a ogni prezzo.
  
L’aviatore è ormai diventato un simbolo. Per l’Iran rappresenta l’impotenza della macchina militare americana in un conflitto pianificato male e carico di imprevisti. Per Donald Trump trovarlo è il riscatto, la dimostrazione che si può fare tutto e continuare a colpire.
  
Ma l’operazione è estremamente complessa. Il primo pilota è stato trovato dopo 8 ore di ricerche. Però per il suo navigatore la situazione è critica, col passare delle ore gli iraniani si avvicinano sempre più. Ad oggi non è chiara l’entità delle sue ferite, gli americani

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