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Il paradosso del «Made in Europe»: perché le prime a essere contrarie sono proprio le nostre aziende. Acciaio, ceramica, elettrodomestici: tre casi

di Rita Querzè

Tassare le importazioni di acciaio dalla Cina? No, non va bene. Macchinari per le imprese finanziati dallo Stato, ma solo se prodotti in Europa? Non sia mai. Le prime nemiche del sostegno alle produzioni Ue sono proprio le nostre imprese. Che contro queste misure meditano di scendere in piazza

Si fa presto a dire «made in Europe» come se fosse l’uovo di colombo. L’Unione europea non perde occasione per rivendicare: siamo un mercato da 450 milioni di consumatori. E allora la via più semplice per rilanciare l’industria sarebbe il vecchio protezionismo: banalmente, comprare europeo. Una impostazione caldeggiata in particolare alla Francia.

Il caso dell’acciaio

Ciò che appare semplice in teoria è dannatamente complicato nella pratica. Prendiamo l’industria siderurgica. Si può dire: per sostenere un settore che è strategico e avere una certa autonomia europea nella produzione di acciaio, allora mettiamo dazi sulle importazioni di acciaio cinese a basso costo. Ha senso. Il problema è che i produttori di acciaio in Europa accoglieranno con favore questa misura. Ma quelli – e sono molti di più – che non producono acciaio ma comprano l’acciaio cinese a basso costo per lavorarlo in Italia saranno immediatamente sul piede di

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