
di Massimo Gaggi
È l’ideologo della linea dura contro immigrati e avversari politici. Il suo piano dopo la sconfitta non prevede negoziati
«Quello democratico non è un partito: è un’organizzazione estremista che difende solo i criminali, gli immigrati killer, i terroristi». E, ancora: «Se vincessero i democratici trasformerebbero ogni città Usa in una Mogadiscio o una Kabul». Parole di Stephen Miller, braccio destro di Donald Trump, suo consigliere e ideologo di fiducia, nominato dal presidente anche chief of staff: il ruolo di governo di maggior potere non soggetto all’approvazione del Congresso americano.
Ipotesi disfatta
Insomma, affidandosi a Miller, il presidente va molto oltre la scelta di un «duro» per battere i pugni sul tavolo di un negoziato coi vincitori democratici nel quale parte, inevitabilmente, da una posizione debole. Miller non vuole negoziare affatto e lo ha messo nero su bianco nel piano che aveva preparato per l’ipotesi di disfatta elettorale.
Il pupillo di sempre
Non era scontato che Trump continuasse a puntare su di lui. Stephen, 41 anni, un ultraconservatore già da adolescente, è stato il pupillo di Trump fin dalla campagna del 2016, quando entrò nel suo team. Chi lo conosce bene lo descrive come




