
La grandezza di un allenatore si misura dalla forza di mettersi in discussione. Da Mourinho a Guardiola, i tecnici vincenti non si innamorano dei propri schemi
Ha fatto giustamente notizia, perché succede raramente, la scelta di Luciano Spalletti. Che ha riunito la squadra e invece di ribadire le proprie disposizioni, prendendosela con chi non le aveva rispettate, ha preferito il confronto allo scontro. “Ditemi tutti cosa pensate”. Sul modulo da adottare, sulla necessità di passare alla difesa a tre. Tutt’altro che una “resa” di fronte allo spogliatoio, piuttosto un atto di coraggio. Perché a volte si scambia per debolezza la disponibilità a raccogliere suggerimenti. Che dovrebbe invece rientrare nel manuale del buon allenatore. Non innamorato delle proprie idee ma pronto a fare una sintesi. Quello che è accaduto alla Juve, in fondo riapre o alimenta un vecchio dibattito: ma dev’essere la squadra ad adattarsi alle idee dell’allenatore, oppure deve essere l’allenatore a “piegarsi” di fronte alle caratteristiche dei suoi giocatori? La domanda è di grande attualità e tutt’altro che banale: perché molto più della sterile diatriba tra giochisti e risultatisti – come se il giochista non volesse il risultato e il risultatista pensasse di arrivare all’obiettivo giocando male… – resta invece




