Rispondo al collega Vincenzo D’Antonio con il rispetto che si deve a chi da decenni racconta questo settore con competenza e onestà intellettuale e, per l’occasione, mi sia consentito abbandonare la terza persona, che da sempre mi appartiene, per maneggiare i più autoreferenziali registri della prospettiva personale. La provocazione sui menu degustazione merita una risposta possibilmente sgombra da indignazioni automatiche e a buon mercato. La mia posizione, in questo caso, è diversa. Il menu degustazione “obbligato” può piacere oppure irritare, può apparire un gesto di coerenza oppure una forma di rigidità, può persino risultare antipatico.
Quando il cliente sa già tutto prima ancora di sedersi
Sarebbe fuorviante parlare di un inganno, di un raggiro, di un meccanismo studiato per sottrarre al cliente la libertà di capire che cosa stia comprando. Vivessimo ancora in piena epoca analogica, tra informazioni frammentarie, telefoni occupati e siti inesistenti, l’ingresso in un ristorante potrebbe conservare un margine di opacità, perché il cliente scoprirebbe il perimetro dell’offerta, e magari pure il conto, soltanto una volta seduto.
Oggi i menu sono ampiamente raccontati




