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Il cibo non è mai stato locale. Lo spreco sì: ed è una colpa tutta nostra

In fondo il cibo arriva da lontano e noi siamo ciò che mangiamo, scriveva Ludwig Feuerbach già nel 1850. Un’affermazione che resta attuale se si considera come molti ingredienti oggi ritenuti tipici di una nazione provengano in realtà da Paesi lontani. Ricette, tecniche di cottura e prodotti alimentari si sono spostati nei secoli da un luogo all’altro, diffondendosi in tutto il globo. La forza dei mercati ha avuto un ruolo decisivo lungo le antiche vie commerciali terrestri e marittime, sulle quali viaggiavano animali da allevamento, piante e ingredienti culinari trasportati a grandi distanze per soddisfare la domanda di cibi esotici. Un processo che oggi chiamiamo globalizzazione, ma che affonda le sue radici nella storia più antica dell’umanità.

Imperi, spezie e commerci

Per millenni gli imperi hanno determinato la diffusione dei prodotti alimentari nel mondo. All’Impero Romano si attribuisce l’introduzione della vite, dell’ulivo e del melo nei territori conquistati. Inglesi, Portoghesi e Olandesi diffusero invece l’uso delle spezie: sostanze perlopiù essiccate, piccole, leggere, facilmente trasportabili e soprattutto preziose. Pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e zenzero divennero merci ideali per i mercanti, in particolare quelli veneziani, che ne garantirono a lungo il monopolio commerciale.

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