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I Mumford & Sons: «Il nostro folk tollerante e colto»

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di Andrea Laffranchi

Dopo sette anni di silenzio discografico, sono arrivati due album in 11 mesi: ci interessa l’essenza delle persone anche se cambiano

Sette anni di silenzio discografico e poi, all’improvviso, due album in 11 mesi. Il flusso creativo dei Mumford & Sons, band inglese che nel 2009 ha portato nel mainstream il folk revival e ha venduto 20 milioni di dischi in carriera, è in piena. È uscito nelle scorse settimane «Prizefighter», sesto album che continua nella tradizione di un folk gioioso e coinvolgente. «Il lockdown — racconta Ted Dwane, il bassista — è stata la prima volta in carriera in cui ci siamo fermati e credo sia stato salutare. Quando siamo tornati a vederci dopo il disco solista di Marcus senza un piano preciso, caffè e strumenti in braccio, sono venute le prime canzoni». Prima quelle di «Rushmere», uscito lo scorso anno, quindi due incontri fondamentali che hanno tenuta viva la fiamma.

Il primo a Parigi con Pharrell Williams, genio della produzione anni Zero-Dieci e ora direttore creativo di Vuitton: «È una dinamo, una forza creativa senza limiti. Ci ha ridato quella fiducia che avevamo perso forse per cinismo o per chiusura», racconta Marcus

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