Questa volta l’ultimatum di Donald Trump era apparso fin da subito esagerato anche per i suoi standard: «potrei cancellare la civiltà iraniana». I mediatori erano, invece, preoccupati perché sembrava difficile trovare una formula che consentisse al presidente americano di dichiarare vittoria, senza umiliare Teheran. Da giorni ci stavano lavorando i diplomatici di Pakistan, Egitto e Turchia. Con il passare del tempo, il ruolo di Asim Munir, capo dell’esercito pakistano è diventato centrale.
Per quale motivo? Le spiegazioni più quotate sono due. La prima è che l’atteggiamento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan fosse troppo ostile nei confronti di Israele, cioè di una delle parti in causa, anche se la gestione della trattativa è stata condotta quasi esclusivamente da Washington. La seconda è che Munir si muovesse in stretto raccordo con Pechino, in particolare con il ministro degli esteri cinese Wang Yi.
La giornata di ieri, martedì 7 aprile, si è consumata nella ricerca frenetica di una soluzione. Trump non avrebbe potuto accettare la prima proposta messa sul tavolo dal Pakistan: tregua di 45 giorni e contestuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Occorreva qualcosa di più stringente. Ma alla fine, gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner non hanno




