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I droni dei narcos, da «muli» per la droga a sicari a distanza: le bombe, la guerra tra bande e la sfida all’intelligence Usa

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di Guido Olimpio

I cartelli della droga messicani sono stati «pionieri» nell’utilizzo dei droni, all’inizio per trasportare droga e poi per eliminare i concorrenti e la polizia

I cartelli della droga messicani sono stati dei «pionieri» nell’uso dei droni. Li impiegano da oltre un decennio con una continua evoluzione delle tattiche e dei mezzi di solito acquistati sul mercato civile.

Inizialmente se ne sono serviti per trasferire piccole quantità di droga dall’altra parte del muro lungo il confine meridionale americano. Delle «formiche» rispetto ai carichi massicci nascosti all’interno dei camion o nei container, un «giro» comunque proficuo sfruttando la contiguità delle aree abitate, le zone agricole, il deserto. Non hanno problemi sulla scelta, sulle rotte, sui tempi. Esistono network che si occupano del traffico pesante e poi cellule dedicate al contrabbando più locale.

Con il trascorrere del tempo, osservando anche quanto avveniva in conflitti lontani, i narcos sono passati alla seconda fase. Limitata. Hanno tentato di eliminare avversari, ufficiali di polizia, concorrenti ricorrendo a droni dotati di quantità di esplosivo contenute. Un anticipo dei velivoli kamikaze che vedremo in seguito dal Medio Oriente (Siria) all’Ucraina. Ci sono stati attentati usando questo modus operandi nella Bassa

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