Settant’anni fa scoppiava un altro conflitto in Medio Oriente: la guerra di Suez. Non era il primo conflitto «moderno» in quell’area, visto che israeliani arabi e palestinesi avevano cominciato a combattersi nel 1947. Però la crisi di Suez vide un coinvolgimento molto più diretto delle superpotenze esterne; uno choc energetico; tensioni nelle alleanze e in particolare una gravissima crisi nel rapporto Europa-Stati Uniti; nonché la nascita di un nazionalismo panarabo. Tra le differenze sostanziali: allora le due potenze leader in Europa erano schierate con Israele, l’America no.
Mentre infuria la guerra in Iran è utile rivisitare quegli eventi storici del 1956. La nazionalizzazione del Canale di Suez ad opera del leader egiziano Nasser, dittatore militare, gli vale un’immensa popolarità in tutto il mondo arabo, segnando la nascita di un movimento sovranazionale, antioccidentale, socialista, filosovietico. Avrà tra i suoi emuli Gheddafi in Libia e Saddam Hussein in Iraq. Provoca la decisione di Gran Bretagna Francia e Israele di intervenire militarmente. Interviene un pesante diktat del presidente americano Dwight Eisenhower, repubblicano, che costringe le potenze europee a battere in ritirata. È una umiliazione per due potenze coloniali al tramonto e dà un colpo fatale all’impero




