Più che una trattativa è stato uno scontro tra due approcci massimalisti. Il vice presidente americano J.D. Vance ha chiesto agli iraniani una resa totale, non un accordo. E, dall’altra parte, il presidente del parlamento di Teheran, Bagher Ghalibaf, non ha voluto fare alcuna concessione, come se il Paese non corresse il rischio di dover affrontare una nuova e, forse, ancora più massiccia ondata di bombardamenti.
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In sostanza, è come se non fosse cambiato nulla rispetto al 27 febbraio scorso, quando il ministro degli Esteri dell’Oman, Al Busaidi, fu ricevuto alla Casa Bianca proprio da Vance. Il ministro omanita aveva mediato il dialogo tra le parti a Ginevra ed era convinto che ci fosse margine per proseguire la trattativa. Ma Vance non accordò alcuna apertura significativa, in linea con le indicazioni di Donald Trump. La stessa cosa, è l’interpretazione più diffusa negli ambienti diplomatici europei, deve essere accaduta a Islamabad.
Il 27 febbraio come l’11 aprile, il passaggio chiave è stata la questione nucleare. Gli americani, spinti dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, vogliono azzerare le capacità dei laboratori atomici degli ayatollah. Pretendono la consegna degli oltre 400 chili di uranio già




