
Ha rotto gli schemi dell’uomo tradizionale, mostrandone fragilità e sensibilità
La firma di Gino Paoli, morto ieri a Genova a 91 anni, ha dato forma alla canzone italiana. L’ha tenuta a battesimo negli anni Sessanta, prima ancora che si usasse il termine cantautori, ma già quello Paoli era. Negli anni Settanta era stato archiviato come un rottame del decennio precedente, ma gli anni Ottanta ne hanno rivelato una ritrovata penna ispiratissima.
L’unicità della sua poetica va inquadrata nel contesto sociale in cui si è espressa. Siamo nell’Italia di inizio anni Sessanta, quella che esce dalla ricostruzione del Dopoguerra e vive il boom economico, i valori tradizionali normano le relazioni, la famiglia è centrata sul padre, l’uomo di casa che non deve piangere, non deve mostrare debolezze, non deve essere fragile.
I testi di Paoli raccontano qualcosa che fatica ad emergere nella canzone e nella cultura. La sfera emotiva maschile o era tenuta ben nascosta e repressa o limitata al melodramma, all’espressione sul palcoscenico pubblico della società: l’amore da celebrare era quello fedele ed eterno, quello da piangere era quello finito e tradito. Non c’è incertezza.
Paoli rompe proprio lì. Non ci racconta una società in trasformazione con lo sguardo del sociologo, ma




