
Tra nuove indagini e vecchi dubbi, il caso Garlasco riflette una questione nazionale: quando processo mediatico e giustizia rischiano di confondersi
Alcuni casi giudiziari diventano (purtroppo) categorie dello spirito. Il delitto di Garlasco è ormai uno di questi: non più soltanto la morte di Chiara Poggi, avvenuta il 13 agosto 2007, ma un topos della giustizia italiana — quella giustizia che, come scrisse Sciascia nel celebre Il giorno della civetta, “non è uguale per tutti”.
Quasi 19 anni dopo, con un condannato definitivo che avanza verso la revisione del processo e un nuovo indagato la cui colpevolezza poggia su basi piuttosto esili, siamo di fronte non solo a un probabile errore giudiziario, ma a qualcosa di più inquietante: un sistema mediatico a cui, più che importare della verità in sé, importa la propria versione dei fatti, si compiace delle proprie intuizioni e convinzioni. Come se in gioco non vi fossero, dopo la tragica morte di Chiara, la vita di un probabile innocente che ha scontato oltre 10 anni di carcere e di un indagato che rischia di finire, senza le prove necessarie per una condanna definitiva, esattamente come il suo predecessore.
La dinamica omicidiaria che non torna
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