
di Claudio Bozza
Il presidente di Sinistra per Israele: «Sono rimasto annichilito, la mia è una scelta sofferta. Questa vicenda è universale, non riguarda solo gli ebrei»
DAL NOSTRO INVIATO
PRATO – Emanuele Fiano, se il Pd voterà no al ddl antisemitismo per l’approvazione definitiva alla Camera l’8 ottobre, lei lascerà davvero il partito al quale appartiene da una vita?
«È il mio orientamento. Ho ragionato e sofferto: non è un atto d’impeto. È una constatazione intellettuale, politica ed emotiva. Lo farei a cuor pesante».
Emanuele (detto «Lele») Fiano — figlio di Nedo, superstite di Auschwitz — ex deputato del Partito democratico, è presidente di Sinistra per Israele. A Prato, sul palco dei riformisti dem, racconta il suo «profondo malessere». Pesa ogni parola, sa bene che ognuna può essere un macigno.
Ha parlato con Elly Schlein dopo l’annuncio del voto contrario?
«No. Non ci siamo cercati».
Nel 2017, la segretaria del suo partito chiedeva di applicare la definizione di antisemitismo, secondo l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra). Cosa è cambiato oggi, secondo lei?
«Niente. Non vedo quali cambiamenti possano esserci stati. Le ragioni per opporsi duramente alle azioni della destra israeliana al governo c’erano già: a Gaza c’erano state




