
di Aldo Grasso
La formula sembra usurata: troppe ore di diretta, troppe canzoni e un ritmo altalenante. Così il calo degli ascolti viene percepito come un crollo
Giunti a questo punto del Festival, si possono addurre tutte le giustificazioni possibili; una cosa, però, appare evidente: Sanremo 2026 non funziona, o quantomeno non è all’altezza delle edizioni precedenti.
Sarebbe fin troppo semplice attribuire ogni responsabilità a Carlo Conti, che pure non ne è esente.
Il nodo sta piuttosto nel «format Conti», poco adatto a una manifestazione di tale portata: eccessivamente impiegatizio, troppo preoccupato che tutto proceda senza intoppi e ancorato a una visione televisiva che guarda più al passato che al presente.
Dopo la prima serata, gli autori avrebbero dovuto introdurre uno scarto, un elemento di discontinuità; la seconda, invece, è stata costruita pigramente sulla falsariga della precedente.
Il Festival è stato percepito sin dall’inizio come una sorta di «restaurazione»: una conduzione istituzionale e rassicurante, priva di quell’imprevedibilità capace di alimentare l’interesse.
Il risultato è un persistente «effetto déjà-vu».
Analogo il discorso per Laura Pausini: interprete straordinaria, ma visibilmente a disagio nel ruolo di conduttrice.
Non è chiaro se le manchi l’umiltà di approfondire il linguaggio



