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Fabrizio Comencini, il leghista ribelle espulso da Bossi: «Umberto fu un capo duro. Dopo la scissione le guardie padane venivano sotto casa a minacciarmi»

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di Silvia Madiotto

Il protagonista della rottura che nel 1997 rischiava di far implodere il partito: «Il casus belli fu la nostra richiesta di autonomia del popolo veneto. Bossi diceva: spaccategli le gambe. Oggi nessuno pensa al Nord»

Bisogna tornare al 1997, la grande Scissione che rischiava di far implodere la Lega. Regione Veneto, otto consiglieri, in sette chiedono maggiore autonomia alla Liga nel partito, vengono accusati di essere «al soldo di Berlusconi». Uno solo rimane fedele a Bossi, ed è Gian Paolo Gobbo, che della Liga diventerà segretario. Fra i ribelli, poi espulsi, c’era il veronese Fabrizio Comencini, che poi diede vita alla Liga Veneta Repubblica.

Perché eravate arrivati allo scontro, con Bossi?
«Il casus belli fu un provvedimento che facemmo approvare in Consiglio sull’autodeterminazione del popolo veneto come richiamato dallo statuto della Regione, dove non si parla di popolo “padano”. Era stata approvata anche dall’allora Forza Italia e Ucd. Bossi, sulla Padania, con un articolo firmato “Il capitano” diceva basta fughe in avanti, se arriverà l’indipendenza sarà della Padania, non del Veneto. Noi la volevamo per il nostro popolo».

Adesso la Lega non pensa più nemmeno alla Padania…
«Dopo quell’articolo rassegnai le

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