
Uno sbandato croato che ammazza un capotreno. Il peruviano irregolare che stupra e strangola una giovane. Marocchini, egiziani, nigeriani e altri stranieri che causano incidenti, devastano, seminano morte. Dovevano essere rimpatriati, ma rimangono qui. Nella jungla dei ricorsi
Dietro una mancata espulsione si cela quasi sempre un ricorso giudiziario», ammette Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, sindacato dei carabinieri che da tempo chiede una riforma. Perché l’elenco di provvedimenti di espulsione emessi e mai eseguiti è impressionante. Decreti firmati, notificati, protocollati. E poi lasciati lì, a marcire. I numeri del Viminale offrono uno spaccato impressionante: nel 2024 gli ordini di rimpatrio sono stati 13.330. Quelli eseguiti poco più di duemila. Il resto è un limbo amministrativo che diventa vita quotidiana. Irregolarità trasformata in condizione di fatto. Fino alle estreme conseguenze. È da qui che bisogna partire. Dal sistema che si inceppa. Un cortocircuito tra burocrazia, carenza di strutture e procedimenti giudiziari che oggi presenta un conto altissimo in termini di sicurezza collettiva.
Le vittime di chi non doveva essere in Italia riempiono già un lungo elenco. Roma, stazione Termini. Zona rossa. Tarda serata di sabato 10 gennaio. Via Giolitti è già un presidio dei maranza. Un funzionario del ministero


