di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Dall’Asia all’Europa, governi e imprese riscoprono il lavoro da remoto per ridurre i consumi energetici dopo lo choc di Hormuz. Bruxelles indica la linea e in Italia si studia un piano tra prudenza politica e pressioni dei sindacati
Sembrava archiviato. Dopo l’ondata del Covid, che lo aveva portato in auge, il lavoro da remoto aveva iniziato una lenta ritirata: più presenza in ufficio, meno flessibilità, badge e riunioni in sala al posto delle call. Anche le grandi aziende tecnologiche, che ne erano state il simbolo, avevano cambiato passo, riportando i dipendenti alla scrivania e trasformandone il ritorno in una scelta quasi identitaria. Poi è arrivata la nuova crisi.
La guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz e lo shock sui mercati petroliferi stanno rispolverando la misura che aveva travolto il mondo del lavoro durante la pandemia. Ora, lo smart working torna, ma con un significato diverso: come strumento di emergenza energetica.
L’energia prima del lavoro
La logica è elementare: meno spostamenti quotidiani, meno carburante consumato. È su questo terreno che il lavoro da remoto rientra nelle politiche pubbliche. L’Agenzia internazionale dell’energia lo ha inserito tra le misure per contenere




