
di Gian Mario Benzing
Il musicista, che mal sopporta certi pianisti di oggi, tutti scena e narcisismo, sarà in scena il 23 marzo nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano
Sembra un «normale» recital pianistico, ma per molti aspetti non lo è. Questa sera, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, riaperta dopo i recenti problemi di sicurezza che hanno costretto Martha Argerich a traslocare al Teatro Dal Verme, le «Serate Musicali», storica società che dal 1971, guidata da Hans Fazzari, fa sfilare il Gotha del concertismo mondiale, ospitano Emilio Aversano. In una prova insieme curiosa, lirica – e un po’ polemica. Curiosa perché Aversano, celebre «maratoneta» dalla memoria prodigiosa, capace di inanellare cinque Concerti per pianoforte e orchestra in un’unica sera, qui cambia ritmo, proponendo «solo» un recital: «Forse è più difficile così — scherza l’artista —. Per la concentrazione l’orchestra aiuta, qui il re è nudo…».
Quanto al lirismo, Aversano acquerella un’«antologia di bellezza»: molto Chopin, due Improvvisi di Schubert, due Sonate di Beethoven, «La tempesta» e l’op. 31 n. 2. Ma anche nel fuoco romantico, il pianista, permeato da una cultura classica vissuta come identità e missione, sonda ragioni di altro segno: «Questi brani




