
di Francesco Verderami
L’«ordine» agli eletti: ognuno di voi porti 100 persone
Sic Trump gloria mundi. Non è più tempo di indossare cappellini Maga, di lanciare endorsement per il Nobel al presidente degli Stati Uniti o di illustrare i vantaggi che avrebbero prodotto i dazi americani. «Sulla politica internazionale c’è da farsi male», ha detto Matteo Salvini ai dirigenti leghisti. Meglio tacere.
La svolta del leader del Carroccio è iniziata il 28 febbraio con l’avvio di questa «stramaledetta guerra in Iran di cui non sentivamo il bisogno». E la presa di distanza dall’amico americano si è progressivamente trasformata in un’inversione a U di cui sono stati testimoni l’altra settimana i membri del Consiglio federale leghista. All’indomani del referendum Salvini ha fiutato l’umor nero verso Trump dei cittadini, anche di quelli che nelle regioni del Nord guidate dai suoi governatori avevano fatto prevalere il Sì.
Perciò alla prima impennata dei prezzi ai distributori di benzina ha deciso di cambiare postura, scegliendo il profilo basso e invitando al silenzio lo stato maggiore del partito: «Lasciamo che se ne occupino quelli bravi». Cioè Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Guido Crosetto. Dopo anni di invasioni di campo su un




