
di Filippo Mazzarella
L’archetipo arriva al punto di massima limpidezza prima che l’eccesso dei film successivi ne consumi la forza
Il 9 gennaio 1966 esce nelle sale del Regno Unito (da noi arriverà in aprile) «Dracula principe delle tenebre/Dracula: Prince of Darkness» di Terence Fisher, horror che occupa una posizione-cardine nella mitologia vampiresca della celebre casa di produzione Hammer poiché agisce come film di cesura: non un semplice sequel di «Dracula il vampiro/Dracula» del 1958, dello stesso regista, ma una riformulazione teorica del personaggio così come Christopher Lee lo aveva incarnato (e come continuerà a rappresentarlo, spesso controvoglia, negli anni successivi).
Quando Fisher riprende il Conte, la sua rivisitazione del character è già assurta a icona moderna: se la sua prima lettura stokeriana aveva operato una rottura decisiva con il Dracula “lugosiano” della stagione d’oro Universal (meno aristocratico/decadente e più predatore sessuale; ovvero meno verbo e più corpo) attraverso la fisicità stordente di Lee, altissimo, carismatico e silente, la figura del vampiro è qui ormai rifondata sulla potenza dello sguardo, sulla consapevolezza di alterità e sull’irruzione “violenta” nel quadro.
La vicenda si apre con l’arrivo nei Carpazi dei fratelli Alan (Charles Tingwell) e Charles Kent




