
di Filippo Mazzarella
Uscito nelle sale Usa il 22 febbraio 1966 (e da noi due mesi dopo), il noir dia Jack Smight conserva una lucida e amara modernità non consolatoria. Inaspettatamente e tristemente contemporanea
Molti detective del cinema americano di fine anni Sessanta nascevano già stanchi e disillusi prima ancora di cominciare; in film che, sotto l’apparenza di polizieschi «classici» mainstream/hollywoodiani, finivano (o cominciavano) a raccontare la fine dell’innocenza morale e il disgregarsi di istituzioni pubbliche e private.
È il caso di Detective’s Story/Harper diretto dal grande mestierante Jack Smight e interpretato da Paul Newman: un noir californiano (uscito nelle sale Usa il 22 febbraio 1966 e da noi neanche due mesi dopo) che in parte rilegge la tradizione hard boiled con una consapevolezza già post-classica, spostando il baricentro dal mystery al disincanto.
Tratto dal romanzo del 1949 Bersaglio mobile di Ross Macdonald (e benissimo sceneggiato dal magnifico William Goldman), il film mette in scena il tribolato private eye losangelino Lew Harper, il cui matrimonio con Susan (Janet Leigh), che ama ancora, è ormai sul punto di naufragare, contattato per un nuovo incarico dall’amico avvocato Albert Graves (Arthur Hill) per conto di Elaine Sampson (Lauren




