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Debito pubblico e nuove generazioni, quando non si vuole raccontare la storia del futuro

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Oltre centomila miliardi di obbligazioni secondo i dati dell’Ocse. Ma troppi debiti sono un’eredità molto scomoda per chi viene dopo di noi

Il mondo della guerra diffusa, con l’intelligenza artificiale nella culla, è seduto sopra centomila miliardi di debiti. Un’eredità maturata nel tempo, accelerata dall’emergenza pandemica di sei anni fa, e destinata ad aumentare. Perché la spinta della transizione energetica e quella di un mosaico difensivo per gli Stati diverso da quello fin qui composto provocheranno ulteriori accumuli di obbligazioni sovrane e societarie.
Mai come ora, forse, il debito pubblico, risponde alla definizione che ne diede David Graeber nella sua opera anarchico-antropologica su 5 mila anni di storia della materia: «l’essenza stessa della società. Esisteva prima ancora del denaro e dei mercati, che non sono altro che modi per apporzionare il debito». Con i governi che fungono da «guardiani del debito che tutti i cittadini hanno contratto gli uni con gli altri».
Investire in questa rete di obbligazioni reciproche è un modo per finanziare il sistema in cui viviamo. Un modo giusto, che consente agli investitori di tutte le taglie di costruire portafogli equilibrati su diversi livelli di rischio.
Ma qual è il limite di questo meccanismo che fa lievitare i prestiti?

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