Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è a Washington, mentre sullo sfondo continuano i negoziati fra gli Stati Uniti e l’Iran per ottenere una rinuncia totale, definitiva al programma nucleare iraniano. E anche uno smantellamento degli arsenali missilistici dell’Iran.
Trump si mantiene la possibilità di un’azione militare contro l’Iran, quella che aveva promesso a suo tempo ai manifestanti durante le grandi proteste, quelle che sono state poi soffocate con massacri, con carneficine dal regime degli ayatollah. L’opzione militare rimane sempre aperta. Però, mentre Trump oggi ascolta la posizione di Netanyahu, da molti giorni, da settimane, sta ascoltando parecchio anche quella dei suoi alleati arabi, i quali lo invitano alla moderazione e cercano di dissuaderlo dal lanciare un altro attacco militare contro l’Iran.
È una situazione abbastanza nuova, abbastanza inedita, perché in passato si poteva parlare in Medio Oriente di una specie di alleanza implicita che vedeva al centro gli Stati Uniti, da una parte Israele e dall’altra tanti regimi arabi sunniti, moderati, conservatori, il cui problema numero uno era l’Iran, la minaccia numero uno alla loro sopravvivenza. Un Iran che aveva seminato guerre per procura, stragi in tutto il Medio Oriente attraverso le sue milizie armate, Hamas, Hezbollah,




