
In un momento segnato da fratture geopolitiche e competizione tecnologica, la cultura è riemersa come strumento strutturale del potere nazionale. Non più ornamento, non più semplice strumento promozionale, ma infrastruttura strategica capace di modellare alleanze, influenzare percezioni e orientare flussi economici e turistici. In questo scenario, l’asse tra Italia e Corea del Sud si sta progressivamente consolidando come uno dei dialoghi culturali più rilevanti e lungimiranti tra Europa e Asia.
L’Italia resta una delle massime espressioni mondiali del patrimonio storico e artistico: una civiltà stratificata il cui lascito coincide con la stessa memoria dell’Occidente. La Corea del Sud, al contrario, è spesso descritta come l’emblema dell’Asia contemporanea — dinamica, tecnologicamente avanzata e capace di trasformare musica, produzione audiovisiva, estetica e lifestyle in una potente piattaforma globale di soft power. Tuttavia, questa apparente contrapposizione è fuorviante. Entrambi i Paesi condividono una storia lunga e complessa, una coscienza culturale profondamente radicata e una consapevolezza statale della cultura come asset strategico.
Negli ultimi anni, Seoul ha costruito un modello integrato in cui industrie creative, politiche pubbliche e piattaforme digitali convergono in una strategia coerente di proiezione internazionale. Roma, dal canto suo, continua a rappresentare un punto di riferimento globale nella tutela del patrimonio,




