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Dagli Appalachi a Islamabad l’ex isolazionista JD Vance rischia il suo brand politico

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di Matteo Persivale, da New York

Cantore dell’«America First», da «globalista» perde credibilità

«Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, siamo certamente disposti a tendere loro la mano. Se cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la delegazione negoziale non è poi così disponibile». JD Vance ieri alla partenza per la missione pachistana a Islamabad ha cercato di ripetere con una certa convinzione, se non proprio grinta, i «talking points» — gli argomenti di discussione, decisi dal suo capo Donald Trump («Ci ha fornito delle linee guida piuttosto chiare»). 

La delegazione iraniana ieri era già arrivata: secondo il Wall Street Journal è guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Di sicuro però quello che appare al momento il favorito per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028 in questa fase sta facendo tutto quello che va contro il suo «brand»: il «marchio Vance» era stato costruito con straordinaria abilità. 

Infanzia umile tra povertà e violenza, marine in Iraq, autore di best-seller, laurea in Legge a Yale con borsa di studio, la finanza, Silicon Valley, il Senato e infine la vicepresidenza. Politicamente? America First, cattolicesimo

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