di Redazione Economia
Il mancato adeguamento dei salari e il drenaggio fiscale riducono il potere d’acquisto nonostante i tagli alle tasse. Il libro «Il prezzo nascosto» di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo
Gli stipendi sono aumentati. Le aliquote Irpef sono state ridotte. Il cuneo fiscale è stato alleggerito. Eppure, per molti lavoratori dipendenti, il potere d’acquisto continua a rimanere inferiore a quello del 2019. A pesare è il doppio effetto dell’inflazione e del cosiddetto fiscal drag: l’aumento automatico delle imposte dovuto alla crescita nominale dei redditi, a fronte di aliquote e detrazioni che non vengono indicizzate.
Il paradosso messo in fila da Marco Leonardi e Leonzio Rizzo nel libro Il prezzo nascosto – Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione (ed. Egea) prova a quantificare questo effetto combinato negli anni successivi alla pandemia.
Il primo esempio: l’insegnante
Il caso dell’insegnante con anzianità tra i 18 e i 24 anni è emblematico. Nel 2019 percepiva 37.504 euro lordi, saliti a 40.872 nel 2025. Ma con un’inflazione cumulata del 20,6%, per mantenere invariato il potere d’acquisto lo stipendio avrebbe dovuto raggiungere i 45.230 euro. Il reddito netto effettivo è invece pari a 28.786 euro, contro i 31.094 che




