
Dai modelli di simulazione sociale alle strategie di guerra cognitiva analizzate dalla Nato, il digitale rende sempre più sofisticata la manipolazione delle opinioni
L’obiettivo della disinformazione non è affermare il falso. È rendere indistinguibile il falso dal vero, produrre una vertigine epistemica collettiva in cui fatti e menzogne, analisi e manipolazioni, dichiarazioni autentiche e contenuti fabbricati diventano ugualmente sospetti e ugualmente plausibili. Il bersaglio non è la fiducia in questa o quella istituzione, in questo o quell’esperto. È qualcosa di più profondo. A farne le spese è la capacità collettiva di ragionare a partire da fatti che tutti riconoscono come tali, la condizione essenziale per maturare e valutare il dissenso informato. La tecnologia gioca un ruolo centrale in questa dinamica.
Lo si capisce, per esempio, accostando MiroFish, uno strumento open source che simula come i gruppi umani reagiscono all’informazione e il rapporto Nato sulla guerra cognitiva. Nessuno dei due, da solo, è allarmante; anche se il rapporto della Nato non dovrebbe lasciarci troppo sereni. Insieme meritano attenzione.
MiroFish è un motore di simulazione rilasciato poche settimane fa. Acquisisce un documento, ne estrae entità e relazioni, e genera migliaia di agenti autonomi, ciascuno dotato di personalità, memoria e logica comportamentale proprie.




