di Danilo di Diodoro
Ogni volta che c’è qualcosa da apprendere la nostra «centrale operativa» forma nuovi circuiti nervosi oppure riassegna compiti ad altri diventati meno utili. Una rete che cambia continuamente grazie a trecento milioni di «snodi»
Il cervello umano è caratterizzato da un’impressionante capacità di velocissime e multiple connessioni chimiche ed elettriche tra i suoi oltre cento miliardi di cellule, neuroni innanzitutto. Ma c’è un’altra caratteristica che contribuisce a farne verosimilmente l’oggetto più complicato di cui abbiamo conoscenza, forse il più complicato dell’intero Universo: la neuroplasticità, cioè la straordinaria capacità di modificare la propria struttura e la propria funzione in risposta agli stimoli che riceve, alle esperienze che incontra. E pensare che fino a pochi decenni fa si credeva che il cervello, una volta superata la fase di sviluppo, fosse destinato a rimanere statico, con l’unico cambiamento possibile in senso peggiorativo, a causa dell’invecchiamento o del deterioramento dovuto a processi di neurodegenerazione, come avviene, ad esempio nella malattia di Alzheimer.
Alla base della neuroplasticità c’è la comunicazione tra le cellule cerebrali: i neuroni hanno dei prolungamenti, l’assone e i dendriti, che come lunghe braccia corrono a incontrare assoni e dendriti di altri neuroni, con i quali




