
di Aldo Grasso
Il film diretto da Renato De Maria ripercorre vita e opere del cantautore: dalla Sicilia all’approdo nella Milano degli anni ’70, fino al ritorno nella terra d’origine
Alla fine degli anni ’70, Franco Battiato ci ha regalato una perfetta mistura di ermetismo e pop.
Battiato è stato eccelso e insuperabile quando ha giocato con il «kitsch colto» (da non confondersi con il camp), unendo i «Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming» (citazione di Matteo Ricci) al «mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire» (eco di Gurdjieff).
È stato il maestro dell’estetica dei frammenti, armonizzati in una sintesi inedita dalla musica e dalla melodia: un miracolo irripetibile.
Cosa si può chiedere a una biografia filmata? Non certo «più carisma e sintomatico mistero».
Franco Battiato – Il lungo viaggio, diretto da Renato De Maria e scritto da Monica Rametta, ripercorre vita e opere del cantautore: dalla Sicilia all’approdo nella Milano degli anni Settanta, fino al ritorno nell’amata terra d’origine (Rai1).
L’ambizione della pellicola è quella del viaggio interiore, con tutti i rischi che i ritratti troppo empatici comportano.
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