
Dalla gavetta alla Champions, quella dell’allenatore portoghese è stata una parabola lenta, fatta di serie minori e insulti gratuiti sui social. Lui però lavora in silenzio, fa cambi tattici decisivi e ha un portafortuna che non tradisce mai
Tutto nacque da una scommessa. “Visto che fai tante domande e sei così curioso, perché non provi ad allenare?” Rui Borges non sembrava convinto. Accettò con entusiasmo, nonostante il personale scetticismo. Eppure, era vero, che in campo ha sempre fatto tante domande. Aveva un cervello da regista, anche se giocava ala destra. Lo chiamavano “piccolo Figo”, per il ruolo più che per il talento. È stato un calciatore modesto, ha chiuso in quarta divisione a Mirandela – casa sua – lì dove è partita quella provocazione ed è iniziato il viaggio in panchina. Si presentò in campo in tuta e con un casio da 20€ al polso: manifestò d’umiltà. Quell’orologio oggi è ancora lì, anche se il resto è cambiato tutto. Rui, 45 anni, ha vinto il campionato portoghese con lo Sporting e ieri ha buttato fuori dalla Champions il Bodo dei miracoli con un roboante 5-0. “È il simbolo del mio percorso”, aveva detto in un’intervista mesi fa. E ne va




