C’è chi mette radici. E chi, invece, mette su fornelli. Antonio La Cava si definisce “cuoco nomade” e non è una posa da social: è una biografia. Ha attraversato cucine professionali in diverse città europee inseguendo profumi, accenti, tecniche. Non per collezionare timbri sul passaporto, ma per saziare una curiosità antica, quasi infantile, quella di capire cosa succede davvero quando il cibo diventa racconto. Oggi quella stessa curiosità l’ha trasformata in altro: telecamera sempre accesa, ritmo pop, ricette accessibili, veloci, senza liturgie inutili. Il suo obiettivo è dichiarato e limpido: divertirsi e far divertire. Leggerezza, condivisione, semplicità – e un pizzico di sano caos, perché le cucine troppo silenziose non hanno mai fatto buona compagnia. Lo abbiamo incontrato.
La libertà oltre il viaggio
Ti definisci “cuoco nomade”, ma non per il viaggio: per la libertà. Quando hai capito che restare fermo, in cucina, ti stava stretto?
«Quando ho iniziato a lavorare in cucina, per me la libertà era viaggiare. Vedevo il mestiere del cuoco come una porta aperta sul mondo: spostarsi, cambiare città, cucine, Paesi. Quella cosa mi affascinava tantissimo e per anni ho fatto proprio quello, un po’ la trottola. Poi però, col tempo, mi sono reso conto che



