di Edoardo De Biasi
I numeri dei big di Wall Street sono buoni, però rallenta la crescita degli utili, il trading obbligazionario è più debole, ci sono tensioni sul credito. E dunque, cautela
«Quando un governo dipende dai banchieri per il denaro, questi ultimi e non i capi del governo controllano la situazione, dato che la mano che dà è al di sopra della mano che riceve… Il denaro non ha madrepatria e i finanzieri non hanno patriottismo né decenza; il loro unico obiettivo è il profitto». Lo diceva Napoleone Bonaparte, esprimendo una visione fin troppo bellicosa che presenta alcune verità anche oggi. Con il rialzo dei tassi, specialmente, visto il peso che stanno assumendo alcuni istituti nei singoli Paesi. Sia in Europa che negli Stati Uniti.
La stagione delle trimestrali della corporate America, ad esempio, è entrata nel vivo e, come da tradizione, sono state le grandi banche statunitensi ad aprire le danze. Le big bank hanno in maggioranza sorpreso in positivo, ma non sono mancate le delusioni. Goldman Sachs, guidata da David Solomon e Morgan Stanley, diretta da Ted Pick, hanno presentato i conti più convincenti, mentre Citigroup ha confermato i progressi nel percorso di




