
di Renato Franco
«Ballando con le stelle» è un fenomeno geologico di una tv che va in direzione ostinata e contraria rispetto a qualunque altro mezzo moderno: mentre tutto si accorcia e diventa breve; qui tutto si allunga e si dilata
Il format di Ballando con le stelle è sempre in tre passi.
La gara: un alibi per raccontare traumi e rinascite, sfighe e resurrezioni.
La durata: una prova di resistenza.
I giudici: sacerdoti di una liturgia che muta a seconda degli interpreti.
L’ultima è la chiave più interessante, perché l’efficacia della giuria si riverbera sul meccanismo del format. Per funzionare il voto deve essere un processo, meglio se tra atroci sofferenze. Il problema di questa prima puntata di Ballando è che i giudici si prendono tutti — troppo — sul serio. Manca la leggerezza che significa ironia (l’unico che ha saputo evocarla è Riccardo Rossi, un concorrente), manca la cattiveria che si fa sarcasmo. Il tono — qualunque fosse il giudice, Ivan Zazzaroni, Alberto Matano o la new entry Barbara D’Urso — era sempre lo stesso, senza variazioni di registro, senza uno scarto, senza un guizzo o una scintilla, senza il gusto della provocazione: l’emblema riassunto in una frase



