
La modifica, dopo i rilievi Ue, consente di accedere all’assegno unico anche se si lavora in un altro Paese Ue (con residenza) e se i figli risiedono in Ue. L’impatto sui conti pubblici è stimato in 20 milioni di euro nel 2026, con un incremento progressivo fino a 36 milioni annui a partire dal 2035
L’assegno unico e universale si apre anche ai lavoratori non residenti in Italia e ai figli a carico che vivono in un altro Stato membro. È la novità contenuta in un emendamento del governo al decreto Pnrr, depositato in Commissione Bilancio della Camera, che amplia la platea dei beneficiari e allinea la normativa italiana ai principi europei di libera circolazione.
Il cambiamento interviene su uno dei punti più contestati della misura: il requisito della residenza in Italia, che finora escludeva sia i lavoratori comunitari senza domicilio stabile nel Paese sia i figli residenti all’estero. La misura elimina dunque l’obbligo di due anni di residenza in Italia e la presenza dei figli sul territorio nazionale. Una limitazione che aveva attirato i rilievi dell’Unione europea e aperto la strada a un possibile contenzioso per discriminazione dei cosiddetti lavoratori “mobili”.
La platea
Secondo la relazione tecnica allegata all’emendamento, l’estensione del




