di Alessandro Sala
«Arruolati» come combattenti, usati per i lavori più duri, sfruttati, mangiati. O abbandonati a se stessi sotto le bombe. Ma anche compagni di trincea. E di vita. Eppure le norme che li riconoscono come parte delle nostre società in tempo di pace non valgono durante i conflitti. Un convegno alla Statale di Milano chiede ora un’inversione di tendenza
Da sempre gli animali affiancano gli uomini anche nelle guerre. Già 4.500 anni fa, ci dicono antichi stendardi e bassorilievi, i sumeri utilizzavano i kunga, una sottospecie di asini ottenuta dall’incrocio tra esemplari domestici e selvatici, per trainare i loro carri da guerra. Non sono bastati 45 secoli per fare smettere agli uomini di combattere, sono solo cambiati i modi per farlo. Nonostante i moderni conflitti siano imperniati sulla tecnologia, gli animali sono tutt’ora impiegati sui diversi fronti. Loro malgrado. Il monumento di Londra dedicato alle vittime animali è accompagnato da quattro parole che dicono tutto: «They had no choice», loro non avevano scelta.
Così come non ce l’hanno gli animali che vivono negli zoo e a cui nessuno pensa quando una città è sotto un bombardamento. Non ce l’hanno gli animali allevati, che se sopravvivono alle



