
di Alessandro Tortato (ex membro del Consiglio d’indirizzo della Fenice, musicista e storico)
Lo sfogo del’ex consigliere del teatro dopo le dimissioni: «Ora vediamo cosa farà lei: se si tira indietro o va avanti»
Nella storia dell’opera lirica la follia è diventata nel corso dei secoli un vero e proprio archetipo melodrammatico per cui, attraverso la pazzia improvvisa di un protagonista, si dava occasione al cantante che lo interpretava di cimentarsi nei più arditi virtuosismi vocali. La celebre «scena della pazzia» in Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti è forse l’esempio più noto. Angelo Foletto, illustre musicologo recentemente scomparso, scriveva, ragionando sul tema, che in origine «lo scopo della “pazzia” in fondo era etico: portava al ravvedimento cioè alla ripresa di controllo del proprio senno una volta ottenuto l’effetto voluto».
Nulla di tutto ciò pare accadere a Venezia, attorno al Teatro La Fenice, dove la «ripresa del senno» resta ancora un miraggio. Nel post che è seguito alla mia lettera di dimissioni dall’incarico di consigliere d’indirizzo del Teatro, ho ripercorso da un punto di vista meramente cronologico i fatti di cui sono stato testimone. Ora vorrei ragionare proprio attorno ad alcuni elementi di vera o apparente irrazionalità




