
di Silvia Madiotto
Il governatore del Veneto e l’idea di vietare le piattaforme per i più giovani: «Esistono limiti per guidare o testimoniare, perché non per i social?»
Presidente Alberto Stefani, ci voleva un giovane per parlare ai giovani e dei giovani? O il dato anagrafico è puramente casuale?
«Penso che un giovane, soprattutto della mia generazione, che ha visto cambiare la società a causa dei social, rilevi con più forza questa necessità di avvicinarsi ai ragazzi e agire. Da adolescente non avevo lo smartphone e in pochi anni ho visto tramutarsi il mondo attorno a me. Ragazzi che prima giravano nelle piazze, frequentavano i locali, giocavano al campetto, si sono seduti in piazza con la schiena curva sul telefonino. Una totale riduzione delle relazioni sociali, in una società sempre più chiusa».
Lei ha vent’anni più di quegli adolescenti, fa parte della generazione dei Millennials (1981-1996), qui parliamo di generazione Z (1997-2012). Ma lei, da ragazzino, quando ha avuto il primo telefono?
«Era un Nokia 3310. Avevo 15 anni, esistevano solo sms e telefonate. E anzi, per poter inviare più messaggi bisognava aspettare le promozioni dell’estate o del Natale».
E sui social quando ci è arrivato?




